Perché un giornalista dovrebbe partecipare al SEO&Love?

Di | 2017-11-27T17:37:31+00:00 27 novembre 2017|

Quando abbiamo chiesto al Prof Maurizio F. Corte di spiegarci perché un giornalista dovrebbe partecipare al SEO&Love la risposta è stata immediata e piena di entusiasmo. Prima di leggerla, però, ti vogliamo raccontare qualcosa di più sul nostro amico Prof 😉

Giornalista e professore a contratto di Giornalismo Interculturale e Multimedialità all’Università degli Studi di Verona, corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo. Inoltre, è consulente per la comunicazione istituzionale nell’Ufficio Stampa & Media Relations di Fondazione Cariverona e del Teatro Ristori di Verona.

L’interesse, le affinità, il dialogo continuo sulla tematica Web e Giornalismo ci legano a doppio filo. La nostra collaborazione nasce con una lezione all’Università degli Studi di Verona, in cui abbiamo mostrato ai ragazzi le dinamiche di diffusione di una notizia online, quali elementi prendere in considerazione per avere un articolo che generi traffico organico e quali metriche tenere in considerazione per valutarne le performance.

E dato che l’appetito vien collaborando… siamo diventati consulenti  del suo Master in Intercultural Competence and Management – Mediazione interculturale, Comunicazione e Gestione dei conflitti seguendo un team di ragazzi e assistenti nell’apprendimento delle tecniche di web copywriting, promozione dei contenuti e gestione dei canali social.

Prof Corte, perché un giornalista dovrebbe partecipare al SEO&Love?

Maurizio Corte professore Università di Verona

Ho deciso. Mi prendo un giorno libero e torno sui banchi di scuola. Non proprio una scuola. Piuttosto un mix di informazione, aggiornamento, cultura, public speaking e atmosfera teatrale. Mi sono iscritto al prossimo Seo&Love del 10 febbraio 2018. A Verona, la mia città. Al Teatro Nuovo, dove a inizio anni ottanta andavo a vedere quel genio di Giorgio Gaber.

Negli anni ottanta non c’era internet per tutti noi. E la SEO (l’ottimizzazione dei testi per essere presenti nei risultati dei motori di ricerca) non l’avevano in mente neppure i visionari. E noi giornalisti? A quel tempo noi giornalisti eravamo come i preti. Avevamo le chiese-giornali piene e tutti i fedeli che ci ascoltavano e leggevano in religioso silenzio.

Nessuno dei nostri lettori fiatava. Qualcuno, se aveva tempo, scriveva e noi lo ospitavamo nella pagina delle lettere. Senza fretta, però, e previa autorizzazione del Signor Direttore (del giornale). I “sacerdoti della notizia” eravamo noi, da soli. E usavamo strani rituali per interpretare i fatti, trasformarli in informazione e divulgarli fra la gente.

Adesso le chiese-giornali sono mezze vuote. Gli ex-fedeli, ma anche quelli che ci ascoltano, non stanno più in silenzio. Si muovono scomposti. Ciarlano, scrivono, obiettano, mica si accontentano più dei nostri sermoni. Qualcuno rifila pure quelle che noi abbiamo sempre chiamato “bufale”; ma che adesso chiamano “fake news” perché fa più figo.

Il problema, però, non sono i fedeli e gli ex che parlano tanto e fuori delle chiese-giornali. Non sono loro che ci mettono in crisi, perché di professionisti dell’informazione e della comunicazione ci sarà sempre più bisogno. Il problema è che la nostra voce rischia di essere quella di chi parla con il microfono spento: non ti sente nessuno, anche se ci sei e racconti belle storie.

La piazza, lo sappiamo tutti, è ora rappresentata dai vari Google, Facebook, Twitter, YouTube e via digitando. Piattaforme che hanno tanto bisogno dei contenuti che noi giornalisti sappiamo fornire a getto continuo: articoli, analisi, inchieste, opinioni, interviste, pareri di esperti. Tutta roba di qualità, ben selezionata, scritta in un buon italiano (salvo eccezioni).

Peccato, però, che i vari Google e YouTube – oltre a premiare i contenuti di qualità, come quelli che sappiamo scrivere – tengano conto di “come” scriviamo. Il loro mestiere, infatti, è quello che facciamo noi nei giornali quando siamo al desk: lettura e selezione rapida, e impietosa, dei pezzi da mettere in pagina.

Come facciamo la selezione degli articoli? Leggendo le prime righe del pezzo o del comunicato-stampa: se il testo va al cuore dell’argomento, lo espone bene e se l’argomento è di interesse per il lettore, lo si passa nel sistema editoriale. Si aggiunge una foto. Si fa un titolo. E il gioco è fatto. Altrimenti, finisce nel cestino del computer. Oppure, bene che vada, gli si dà una breve, in taglio basso, là dove pochi arrivano.

Google e YouTube fanno la stessa cosa. Se non scriviamo cose interessanti (e noi sappiamo scriverle, quando ci si mette), e se non le scriviamo con il giusto stile, finiamo nella seconda, terza, quarta o 25^ pagina di Google. Il posto migliore, per usare un noto detto, dove nascondere un cadavere senza che nessuno ti scopra. Non c’è pericolo, del resto: nessuno ti legge.

Vi è mai capitato di fare una prova? Prendete il pezzo che avete scritto e che è uscito in pagina e pubblicato online. Poi cercate la notizia che contiene e andate un po’ a cercarla su Google. Bene, vi può capitare di averla scritta sul vostro “Giornale delle Isole Marziane” – dando l’informazione su un frontale fra astronavi di Marte– e di trovare che su Google la notizia l’ha in evidenza il “Quotidiano di Giove”.

Questo vuol dire qualcosa non va. Come può il giornale di Giove “darmi il buco” sulla mia notizia da Marte? La risposta è semplice: il collega di Giove non solo ha dato un’informazione interessante, quanto la nostra; ma l’ha data nel modo giusto. L’ha scritta come si deve, rispettando le regole della SEO (l’ottimizzazione per i motori di ricerca).

È tutta una questione di regole, di stile e di taglio della notizia. Questo vuol dire che alle regole di base, che da sempre accompagnano il nostro mestiere (chi, che cosa, quando e via dicendo), occorre aggiungere la tecnica di redazione delle notizie per essere indicizzati al meglio da Google. Per essere intercettati e messi in evidenza da YouTube. Per entrare nel modo giusto nella timeline di Facebook. E per essere efficaci su Twitter e Instagram. Tanto per citare i più noti.

Noi giornalisti siamo abituati a gestire l’imprevisto. A mettere in pagina i peggiori disastri e a dare la chiave interpretativa ai lettori per capire questo complesso mondo. È il nostro mestiere, fatto di curiosità, di senso della notizia, di capacità di selezione e di sintesi. È la stampa, bellezza. Giusto?

Ora, però, il giornalismo ha bisogno di aggiornare i propri strumenti. Solo così le notizie – ovvero i fatti più interessanti che portiamo all’attenzione del lettore – avranno la visibilità che meritano. E lasceranno indietro, e di molto, le vecchie bufale e le nuove “fake news”. Perché solo la professionalità, come ci spiegano quelli di SEO&Love, batte la concorrenza dei venditori di fumo.

Solo la competenza e l’aggiornamento possono dare luce al nostro mestiere anche nel digitale. E farci accendere il microfono, perché la piazza ci senta, affamata di notizie com’è. E non di balle metropolitane. Se ci sapremo fare, con i motori di ricerca, potremo tenere a bada le bufale e mettere al tappeto le “fake news”, dicendo loro: “Rimaste indietro? È la SEO, bellezza”.

Un commento

  1. Genny novembre 28, 2017 al 11:04 am - Rispondi

    Mantenersi aggiornati significa adattarsi ai cambiamenti e significa quindi sopravvivere.
    Ottime considerazioni. Complimenti!

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